Questa casa (non) è uno zoo

In media il numero di animali in questa casa è sempre stato doppio, se non triplo, rispetto al numero di persone. Quando sono nata, mi sono aggiunta ad un cane, dieci gatti e una tartaruga di terra, Giulietta. Mia nonna non fa che ripetermi che quando papà mi ha portato a casa per la prima volta dentro ad un cestino e mi ha poggiato sul tavolo della cucina, il povero Banjo faceva i salti mortali per vedere che razza di cucciolo ci fosse lì dentro, mi annusava sbaccalito con aria perplessa. Come dargli torto? Fino ad allora non aveva visto altro se non gattini!

Banjo era un tesoro. Era tanto grande quanto buono. Faceva da tata a me e ai gatti, roba che nemmeno la povera Nana della famiglia Darling..

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Aveva un amore smisurato nei miei confronti. Era sempre con me, bastava che io tenessi in mano il guinzaglio, o qualcosa che ci somigliasse, e lui mi seguiva come fosse legato. Quando ero ancora molto piccola, mamma mi piazzava in giardino, quando andava bene sul seggiolone o altrimenti direttamente sull’erba, con un sacchetto pieno di grissini e pane secco. Non c’era da stupirsi che fossi una cicciona smisurata! Mi divertivo a mangiarli con Banjo, un pezzetto io e un pezzetto lui.

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Per quanto riguarda i gatti, uno normale non ce n’era. A partire dal gatto rosso che aveva sviluppato crisi d’identità tali da credersi un cane. Ogni mattina io, nonna e Banjo andavamo a portare il pane a tutti i cani del quartiere e a trovare il figlio del pastore, il piccolo Franco, che mi faceva giocare con i suoi animaletti di legno che aveva personalmente intagliato. Ebbene, il gatto rosso ci seguiva per tutto il tempo con la coda diritta tenendo un certo ritmo e sedendosi a terra ogni qual volta nonna si fermava. Ma la sua vera passione era il gatto nero. Gli stava sempre appiccicato, tanto che il poverino non poteva nemmeno schiacciare un pisolino in santa pace senza che questo lo abbracciasse e gli leccasse la testa.

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La Bibì era una delle poche gatte femmine. E come tutte le femmine era lei che portava i pantaloni in casa. Il nome deriva dal fatto che, come si può notare da “gatto rosso” e “gatto nero”, papà sosteneva che dare nomi agli animali era ingiusto perchè ledeva la loro libertà. Per comodità ci siamo ritrovati a chiamarla con una serie di suoni onomatopeici del tipo cicici o bibibi, e così poi è rimasta Bibì. Era ancora giovane quando ha avuto i cucciolini, noti come figlio di Bibì 1, 2, 3 e così via. Era evidente che non aveva un senso materno particolarmente spiccato, si stufava facilmente di allattare e di essere seguita da quei mocciosetti. A un certo punto, quando davvero non ne poteva più chiamava a rapporto Banjo miagolando a più non posso. Questo la raggiungeva sbuffando, si coricava a terra e tutti i micini gli piombavano addosso a ciucciargli il pelo alla ricerca di latte. La Bibì, madre degenere, era finalmente pronta ad andarsene in giro indisturbata.

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Nerone era un terribile gatto del quartiere, graffiava e faceva la lotta con tutti tanto che un giorno si è ritrovato con la coda mozzata. Era una vera carogna, con tutti tranne che con noi. Veniva a mangiare nella terrazza del nostro giardino, portando al seguito moglie e micini per poi andarsene di nuovo in cerca di avventure.

Poi è arrivata Valeria, il gatto indemoniato che apriva le porte saltando sulla maniglia, spalancava il frigo e mangiava tutto ciò che c’era all’interno. Il giorno in cui la mamma l’ha trovata a rimpinzarsi con un polpo surgelato sul tappeto, casualmente mi è stato detto che era scappata e non avrebbe fatto mai più ritorno. Pochi anni fa ho scoperto che la mamma l’aveva data via ad una povera sventurata. Penso che per far sì che la prendesse abbia taciuto su tutte le marachelle che aveva combinato.

La Pimpa è il cane della mia vita, invece. Mi è stata regalata da Roberto quando avevo all’incirca 8 anni e dopo che da circa un paio andavo in giro dicendo a tutti che per Natale volevo solo un cagnolino, “un cagnolino vero”. Ero tenuta a specificarlo perchè quei simpatici burloni non facevano che regalarmi animali di peluche. La Pimpa era un tesoro, mi ha accompagnato negli anni per me più importanti, era piccola e dolce e io me la spacioccavo sempre. Insieme a lei c’era anche il cane dei nostri vicini, che da quando questi avevano traslocato era rimasto con noi per qualche mese.

Insieme alla Pimpa c’è stata la breve parentesi di Tito, un simpatico cagnetto che io ho portato a casa con una colossale bugia in stile Gian Burrasca. Ero in bicletta con una mia amichetta nel bosco vicino a casa quando ho incontrato un signore che si è avvicinato offrendoci i cagnolini della sua cicciolata di cui non vedeva l’ora di sbarazzarsi. Come rifiutare, santo cielo? Ho messo il mio nuovo cucciolo nel cestino e per tutto il viaggio di ritorno a casa mi sono allenata a fare la faccia affranta ed inventare la storia del secolo su come avevo trovato questo cagnolino dentro al bidone della spazzatura, e di come, -mamma cerca di capirmi- non mi ero proprio sentita di lasciarlo lì a morire di stenti. “Tito” perchè ero una super appassionata dal fumetto della Pimpa, il cui amico blu si chiamava, giusto apputo, Tito.

In dieci anni ne sono passati una sfilza di cani. Da quelli tenuti per conto di amici, a quelli che ci hanno affidato a tempo determinato perchè abbandonati dalle famiglie. Tra tutti sono degni di nota “Il nonno”, un cane paraplegico, sordo e cieco che ruzzolava giù dalle scale ogni due per tre. E poi Daikon (sì, Daikon come la radice), che era cieco da un occhio e talmente buffo da far tenerezza.

Da un paio d’anni è arrivata la Trilli. Il nome gliel’ho dato in onore della fatina di Peter Pan, ma poco dopo abbiamo scoperto che non poteva essercene uno più azzeccato. La Trilli trotterella e zampetta tutto il giorno, lecca tutti, va matta per la verdura e appena ti conosce già ti vuole bene.

Ogni mattina poi ci vengono a bussare la porta miagolando i gatti del quartiere, pretendendo latte caldo e carne bollita.

Questa breve parentesi per affrontare ora il problema del giorno. Il caso Margot. La Margot è una cagnettina pezzata bianca e nera, buffa ma buffa ma buffa che fa ridere solo a guardarla. Abita in una casa qui vicino in teoria, ma di fatto, siccome riesce a passare attraverso la rete del suo giardino, è il cane del quartiere. Di notte dorme nel nostro garage e aspetta che ci alziamo e torniamo a casa per poter entrare, prendersi le coccole e mangiare il pollo bollito dalla ciotola della povera Trilli. Le prime volte non era nemmeno capace a salire sul divano o a stare ferma a prendere le carezze. Inutile dire che si è abituata facilmente.

Stamttina mi sono svegliata alle 5 a.m. con un certo languorino. Ho sceso le scale e mi sono piazzata sul diavano con una bella arancia a guardare il dottor Oz, e poco dopo ho sentito zampettare contro la porta. Ho aperto, e sorpresona: la Margot. E’ subito corsa sopra e si è buttata in picchiata sul lettone facendo prendere uno spevento epico. Non riuscivo a smettere di ridere. Mia mamma mi ha maledetta in tutte le salse e non mi sento di biasimarla siccome erano le 5.30 di mattina. Mi sono presa la Margot e l’ho portata con me nel lettino, lei mi ha abbracciato il braccio e abbiamo dormicchiato insieme al calduccio mentro fuori impazzava il temporale. La mia giornata è partita bene.

Ieri sono passata a trovare la nonna dopo tanto tempo, lo ammetto. Nelle ultime settimane ho avuto triliardi di cose da fare ma ieri mi sono imposta di prendermi del tempo per passare. Dopo avermi rinfacciato che anche cappuccetto rosso andava a trovare la nonna, ha cominciato a mandarmi messaggi subliminali neanche troppo velati su quanto le piacerebbe poter assaggiare le lasagne alle zucchine che ha preparato la Antonella a La prova del cuoco e su quanto le facciano disgraziatamente male le gambe per potersele preparare.

Oggi in pausa pranzo avevo un oretta e mezza libera, così mi sono messa ad impastare e tirare la sfoglia mano. Ho un futuro come piccola sfoglina, dovrei tenerlo a mente nel caso in cui la filosofia non mi facesse sbancare nel mercato economico.

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Ingredienti

Per la pasta

200 gr di farina

2 uova

un pizzico di sale

Per la crema

3 zucchine

200 ml di latte

50 gr di burro

40 di farina

parmigiano

un pizzico di sale

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Impastare la farina con le uova e un pizzico di sale per circa dieci minuti. Avvolgere l’impasto nella pellicola e metterlo in frigo. Nel frattempo affettare le zucchine a rondelle e farle cuocere con due cucchiai d’olio, un pizzico di sale in padella e un po’ d’acqua in padella finché non si saranno ammorbidite. Far scaldare il latte senza farlo bollire. Far sciogliere il burro in padella e aggiungere la farina sempre mescolando. Aggiungere un pizzico di sale e versare a filo il latte mescolando finché non si sarà addensato leggermente. Stendere la sfoglia finché non sarà molto sottile tagliare dei rettangoli e sbollentarla in acqua bollente salata. Mettere una cucchiaiata di besciamelle sul fondo di una piccola teglia, iniziare a stratificare alternando la sfoglia, le zucchine, la besciamelle e il parmigiano. Finire con la besciamelle rimasta frullata con qualche zucchina e parmigiano. Cuocere a 160 per 30 minuti e poi ancora a 180 per 10 minuti.  Se si colora troppo coprire con carta stagnola.

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