Io ne avrei di terre da sognare, ne avrei di voci da seguire. Io non è vero che aspetto.

Adoro quando le trame di libri, di film, quando testi di canzoni sono sconvolti da colpi di scena improvvisi. Lunaspina è una canzone di queste e ricordo con precisione la prima volta in cui me l’hanno fatta ascoltare una decina di anni fa. Era in macchina tra le strade tortuose di montagna della Valle d’Aosta e da allora ho preso a scervellarmi sul quale potesse essere il significato dell’ultima strofa che sembra stonare con l’intero testo.

La cosa incredibile è che pochi giorni fa mi sono ritrovata senza volerlo proprio in quella stessa strada ed è ancora più incredibile come senta mia questa canzone in questo preciso momento della mia vita o almeno sulla base del significato che io le attribuisco. Potrebbe sembrare malinconica ma per me non la è, e le parole conclusive lo dimostrano.

Ad ogni modo è un periodo in cui mi trovo ad affrontare cambiamenti che mi spaventano moltissimo ma che so che mi faranno molto bene. Tenendo conto del fatto che da bambina sognavo di non muovermi dal mio micro paese per tutta la vita e giuravo che un giorno avrei ristrutturato una catapecchia poco lontana da casa mia solo per non allontanarmi troppo, mi viene da sorridere ad immaginare la faccia che l’Alice piccola avrebbe fatto di fronte alla notizia di un trasferimento all’avventura in Inghilterra.

Ho voglia di mettermi in gioco, di spingermi oltre per poi tornare nel mio porto sicuro ma cresciuta e più consapevole della mia forza e delle mie capacità. Quello che mi piace di più è paradossalmente il fatto che se una parte di me è ansiosa di partire, cambiare, curiosare e scoprire, l’altra, quella più nostalgica e fragile, farebbe carte false per restare. Mi piace perché questo è prova del fatto che non sto andando via solo per fuggire ed evadere da una realtà che non mi piace. Solo voglio provare a cambiare, a fare un viaggio non infinito e rettilineo ma finito e circolare.

Non so cosa mi aspetta ma il brivido dell’imprevisto da una parte mi affascina. Provo sentimenti contrastanti di attuazione e repulsione, trepidante attesa e terrore acuto. Un po’ come l’istante in cui si prende la malsana decisione di salire sulle montagne russe, si avanza verso il seggiolino ormai per inerzia e l’omino abbassa il manubrio di protezione proprio davanti ai tuoi occhi. Quello è il momento in cui realizzi che ormai non puoi più tornare indietro e malefici te stesso per essere salito lì sopra e non aver aspettato con i piedi ben saldi a terra con in mano un bel cono gelato. D’altra parte sai bene che sarà un’emozione unica, che ti sentirai libero e potente, forse a tratti ma cos’è la vita se non si fa altro che attendere da spettatori laggiù?

Ingredienti

4 panini con semi di sesamo

1 lattuga

1 pomodoro

Per il burger di ceci

350 gr di ceci

200 gr di pane grattugiato

olio extravergine

sale

pepe

Per la maionese di soia

150 ml di latte di soia

210 ml di olio di semi

succo di limone

sale

pepe

1 cucchiaino di curcuma

Frullare i ceci con olio, pane grattugiato, sale e pepe, fino ad ottenere un composto lavorabile con le mani. Formare i burger e cuocerli in padella con un filo d’olio.

Versare nel frullatore ad immersione il latte di soia, l’olio di semi, sale, pepe, il succo di limone e la curcuma.

Tagliare in due parti il panino e mettere un velo di maionese

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Mettere qualche foglia tenera di lattuga

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Mettere il burger sopra l’insalata

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Mettere il pomodoro tagliato a fettine sottili sopra il burger

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Mettere l’ultimo strato di pane, inumidito con la maionese

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